VALERIO BISPURI

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Biografia:

Valerio Bispuri è nato a Roma nel 1971. Laureato in lettere presso l’Università “La Sapienza”. Fotoreporter professionista dal 2001, collabora con numerose riviste italiane e straniere. Per dieci anni si è occupato di un lungo progetto sulle carceri del Sudamerica. Un viaggio che lo ha portato a visitare 74 prigioni di tutti i paesi del continente sudamericano. Un reportage che è stato esposto al Visa pour l’Image a Perpignan nel 2011, al Palazzo delle Esposizioni a Roma, presso l’Università di Ginevra, al festival di fotografia di Berlino. Numerosi sono i premi vinti: il Sony World Photography Awards 2013, il premio del pubblico al Days Japan Award 2013, il Poy Editing Magazine nel 2014 e il Poy latinoamericano 2011 (menzione speciale). Nel 2015 ha terminato un progetto durato 13 anni per denunciare la diffusione del consumo di Paco, una droga a basso costo che sta uccidendo migliaia di adolescenti e bambini nei sobborghi delle metropoli sudamericane. Sempre nel 2015 è uscito il libro Encerrados per la casa editrice Contrasto che racconta il lungo lavoro compiuto nelle carceri Sudamericane. Sta terminando il progetto sull’intimità del mondo lesbico con la storia di Betania, una ragazza lesbica di Buenos Aires.

 

-INTERVIEW-

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S. : Come pensi si evolverà il mondo della fotografia e in particolar modo quello del reportage nel nostro Paese?

V. : Il mondo della fotografia in generale sta andando verso una direzione sempre più estetica, psicologica, interiore, staccandosi da un concetto di realtà. L’idea del nuovo passa e convince solo se snatura quello che si è “già visto” per ricercare il reale a volte in un’essenza metafisica. Personalmente faccio una battaglia per non snaturare quello che è il reportage, ma anzi andare sempre più in profondità, alla ricerca del nuovo in tempi lunghi dove l’interiorità di chi scatta sia sullo stesso piano della realtà. Lasciano però alla realtà sempre un piccolo spazio di incompiuto.

S. : Dopo i tanti anni d’esperienza qual’è il senso che, oggi, senti di attribuire alla tua fotografia?

V. : La prima cosa, la più importante che mi spinge a continuare a fotografare è raccontare la realtà, quella realtà che non si conosce o che si conosce poco o che qualcuno non vuole che si conosca. Credo fortemente che il primo e assoluto compito del fotoreporter sia quello di mostrare ciò che accade, per questo l’estetismo fine a se stesso non ha senso e cambia i parametri di quello che è il racconto. Solo la fotografia che ha un contenuto all’interno di una storia specifica può essere accompagnata da un estetica.

S. : Credi che con il passare degli anni sia mutato il tuo processo fotografico interiore? Se si, in che modo?

V. : E’ chiaro che il tempo cambia i processi interiori e quindi anche quello che è il proprio concetto fotografico. Con il tempo si è rafforzata l’idea di racconto, di profondità. Sempre di più penso che l’unica possibilità per “salvare” la fotografia oggi sia quello di andare a scavare nel tempo, restare a guardare molto prima di iniziare a scattare e non fermarsi solo all’adrenalina di una prima immagine. La vera grande rivoluzione fotografica oggi è l’attesa, i tempi lunghi che portano profondità.

S. : Nel corso della tua carriera lavorativa hai compiuto numerosi viaggi ed hai realizzato importanti progetti personali. Ti è capitato di realizzarne alcuni commissionati?

V. : Certo che mi è capitato molte volte, ma sempre più cerco di evitarli e dedicarmi solo a progetti lunghi. E’ impossibile in due settimane, a volte anche meno, riuscire a raccontare in un certo modo, si possono solo fare degli scatti di cronaca, perfetti per i giornali, ma a me non interessano. La news vive nella velocità e non può approfondire.

S. : Cos’è che ti lega tanto all’America Latina? Hai realizzato in Argentina un interessantissimo reportage sulla vita di Betania, una 35enne lesbica. Le fotografie dipingono una storia emozionante d’amore, di possesso e la forte energia sessuale che emerge richiama l’attenzione sull’espressione estetica di intimità! Come hai conosciuto Betania e cosa ti ha spinto a raccontare la sua storia?

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V. : L’America Latina è qualcosa che mi è vicina e lontana allo stesso tempo, ma che posso capire. I paesi del Medio Oriente o dell’Africa mi posso affascinare ma sono talmente lontani dalle mie radici che non potrei mai raccontarli in maniera profonda perchè non riuscirei mai a entrarci veramente. Betania fa parte di un mio lungo progetto sull’intimità che nasce e sfiora il mondo femminile lesbico. Mi interessava capire come vivono due donne la loro intimità quotidiana. Da oltre 5 anni seguo Betania nella sua vita, in silenzio, di nascosto, osservando i suoi movimenti, le sue espressioni, il suo istinto.

S. : “Paco and Drugs” è un lavoro che ha riscosso un successo clamoroso. Un progetto attraverso il quale hai fatto conoscere anche nel nostro Paese, una realtà inimmaginabile ma purtroppo esistente. Cos’è il paco? Raccontaci di questa tua esperienza a Buenos Aires.

Salvador de Bahia, Brasil, febrero 2010, dos chico se droga en pleno centro de la ciudad

V. : Il Paco è una terribile droga fatta con i residui della cocaina. Nata in argentina nel 2001, figlia della crisi economica, il Paco costa pochissimo e ha una forza micidiale, 50 volte più potente della cocaina normale, è come se fosse un concentrato. In tutti questi anni ho visto cadere, svanire, distruggere centinaia di ragazzi, completamente dipendenti dal Paco. Credo sia importante raccontare anche come cambia il mondo della droga in Sud America e cosa c’è dietro chi consuma di Paco.

Lima Perù, diciembre 2006 chicos que se despiertan despues al droga en la calle de la ciudad.

Salvador de Bahia, Brasil, febrero 2010, dos chico se droga en pleno centro de la ciudad

Salvador de Bahia, Brasil, febrero 2010, algunos chicos so agarrados da la policia porque lo encontraron a vender droga.

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S. : Hai realizzato, nel corso di 10 anni, un lavoro di ricerca e di racconto della vita in 74 carceri del Sudamerica. Hai denunciato le condizioni disumane di alcuni penitenziari e grazie alla pubblicazione delle tue Immagini, il Padiglione 5 del carcere di Mendoza è stato chiuso. Ti ha arricchito molto a livello personale questa esperienza?

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V. : Non ho denunciato nessuna condizione disumana delle carceri, ho fatto un lavoro antropologico sull’uomo, cercando di capire e raccontare come vive una quotidianità chi è privo di libertà. Poi questo in seconda battuta ha portato anche a mostrare una realtà difficile e a far sì che si chiudesse un padiglione di un carcere a Mendoza. Tutti i lavori arricchiscono a livello personale e interiore ma non è poi molto importante parlarne. Credo sia più importante guardare le foto dei detenuti.

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S. : Progetti per il futuro?

V. : Ho appena iniziato un progetto sul silenzio dei sordi, raccontando la realtà di chi vive senza sentire. Contemporaneamente sto lavorando a un reportage antropologico sulle carceri in Italia, da poco sono stato a Poggioreale, voglio poi finire il progetto di Betania. Nello stesso tempo sto portando avanti un progetto di insegnamento, formando gruppi di giovani fotografi che hanno la stessa metodologia di lavoro, basata essenzialmente sul concetto di realtà e profondità. Per cercare di contrastare l’ondata di estetismo che contagia molti fotoeditor e concorsi. Come arma abbiamo solo il tempo, ma bisogna essere in molti a credere in questo e in Italia sto creando dei gruppi di lavoro, dal nord al sud, che cercano di fare fotografia in questo modo, anche per questo faccio moltissimi workshop.