FAUSTO PODAVINI

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Biografia:

Nato a Roma, vive e lavora nella sua città natale. Diplomato tecnico industriale in elettronica, consegue il Master di Reportage presso l’accademia di fotografia Jonh Kaverdash di Milano. Inizia il percorso fotografico prima come assistente e fotografo di studio per avvicinarsi sempre più alla fotografia di reportage. Ha fatto parte del Mifav dell’Università di Tor Vergata, dove ha avuto modo di conoscere ed entrare in contatto con numerosi fotografi. Abbandonata la fotografia di studio per dedicarsi esclusivamente al reportage, intraprende un percorso da freelance che lo vede collaborare con varie Onlus per la realizzazione di vari reportage in Italia, Perù, Kenya ed Etiopia, dove attualmente sta portando avanti alcuni progetti fotografici personali. Nel 2009 inizia una collaborazione con il Collettivo Fotografico WSP, e ne entra a far parte definitivamente nel 2010, dove, oltre alla figura di fotografo, per la realizzazione di progetti collettivi, svolge l’attività di docente di fotografia di reportage. Oltre a vari reportage in Africa, Sud America e India, ha realizzato importanti lavori su territorio italiano come un reportage sullo sport per disabili, un lavoro all’interno di un carcere minorile ed un lavoro sull’Alzheimer.

Riconoscimenti:

  • 1st “Scenic photography” Category – Goldencamera International Photo Awards 2015.
  • 1st “Family/(People)” Category – MIFA 2014.
  • 1st “Portrait/(People)” category – MIFA 2014.
  • 1st “Press/Feature Story” category – PX3 2014.
  • 1st Kolga TBILISI PHOTO 2014.
  • 1st “Daily Life” World Press Photo 2013.
  • 1st SDN Documentary Prize 2013.
  • 1st WinPhoto 2012.
  • PDN Photo Annual 2012 – Photojournalism/Sports/Documentary.
  • 1st World.Report Award 2011|Premio Italiano di Fotogiornalismo.
  • 1st “Reportage” and “Story” categories at FIOF 2011.
  • Photographer of the year FIOF 2011.
  • 1st “Photoiad” 2010.
  • Primo Premio nella 10° edizione della settimana della fotografia a Castelnuovo di Gargafnana (LU) “Portfolio dell’Ariosto”.
  • Primo Premio sezione “Persone” del National Geographic Italia nel 2009.

 

-INTERVIEW-

 

S. : “MiRelLa” è uno dei tuoi ultimi lavori. Un progetto straordinario che ha conquistato prestigiosi riconoscimenti internazionali e due premi importanti: il primo nella sezione “Daily Life” del WORLD PRESS PHOTO 2013 e il SONY AWARDS. Mi farebbe piacere che tu mi raccontassi com’è nata l’idea di realizzare un progetto così complesso e delicato.

F. : Le idee non nascono all’improvviso, ma non sono altro che un susseguirsi di tasselli che hai il compito di mettere in ordine, una volta che te li trovi davanti. E’ solo in quel momento che si concretizza e prende forma un’idea. Questo per dire che quando ho iniziato il progetto “MiRelLa”, non avevo la minima idea che questo lavoro sarebbe diventato quello che è oggi, ne tanto meno come e perché sarebbe stato sviluppato. Si inizia un progetto per un’idea che il più delle volte è un semplice pensiero che non è ancora ben chiaro dentro di noi. Solo con l’andare avanti, poi, ci si accorge di come quell’idea può essere potente. La stessa cosa è accaduta con “MiRelLa. Ho iniziato semplicemente nel voler raccontare l’Alzheimer, ma dopo mi sono reso conto che non era quella la strada da percorrere, e così ho deciso di concentrarmi su Mirella, per raccontare la sindrome che aveva colpito il marito e piano piano, mi rendevo sempre più conto che questo era un lavoro che non parlava solo di questa malattia, ma che racchiudeva un pò tutte le sfaccettature della vita in generale.

S. : Chi è Mirella?

F. :  E’ così importante? Ogni volta che mi viene chiesto chi fosse la coppia ritratta nel mio lavoro, rispondo sempre che è una coppia, come purtroppo a migliaia nel mondo,  che si ritrova a combattere  (e a perdere) con l’Alzheimer. MiRelLa è un lavoro che va oltre la vita di Mirella e Luigi e conoscere chi sono, non aggiunge o toglie nulla. Sono due persone comuni che hanno avuto vite comuni, e che ho avuto la fortuna e l’orgoglio di conoscere da sempre.

S. : Questo splendido scatto che fa da “apertura” al progetto, mi ha colpito particolarmente perché nonostante sia appunto “l’ingresso” nella vita di questa donna, sembra paradossalmente “l’uscita”, la fine. E’ come se Mirella si lasciasse alle spalle tutta la sofferenza vissuta e la sua vita. Ovviamente questa è la mia personale visione dello scatto, sarei curiosa di capire cosa ti ha spinto ad immortalare quel momento, cosa ti ha trasmesso quella scena?

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F. : Molte volte accade che una foto di apertura potrebbe essere anche una potenziale foto di chiusura. E’ interessante, ed in parte vero, quello che dici ma quella foto la vedo più come “ingresso”. Un ingresso dentro il mondo di Mirella, fatto di preoccupazioni, dubbi, ansie, speranze, sorrisi, lacrime. Tutto questo è rappresentato dalla texture della parete, che pesa sulle spalle di Mirella, la quale si ritrova sulla sua scrivania, unico posto e luogo della casa restato incontaminato, non intaccato per assecondare il morbo di Alzheimer. Quell’angolo è l’angolo di “pace” di Mirella. Quando scattai questa foto, la cosa che mi colpì, fu il silenzio. Mirella assorta in qualcosa di suo che non potevo vedere, ma che in quel momento, con quella luce e quel muro davanti a me, mi restituiva tutto il silenzio che il mondo di Mirella in quel momento riusciva a restituire. Stessa texture la ritroviamo anche in un ritratto di Luigi, ma questa volta il soggetto è rivolto verso lo “spettatore”. Uno sguardo confuso, abbandonato e questa volta la texture indica la confusione che ormai regna sovrana nella testa di Luigi.

S. : MiRelLa… un progetto a lungo termine iniziato nel 2006 e terminato quando?

F. : E’ terminato con l’uscita del libro e la realizzazione del multimediale che sta ottenendo importanti riconoscimenti a livello internazionale. Posso dire che il 2014 è stato l’anno di chiusura del progetto MiRelLa, anche se mi capita ancora di scattare, ma probabilmente quella sarà un’altra storia.

 

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S. : Ti ha arricchito molto a livello personale quest’esperienza? Che tipo di difficoltà hai riscontrato?

F. : Tutte le storie che racconto, anche se questa è sicuramente unica, mi segnano a livello personale, ma MiRelLa è decisamente l’esperienza personale più grande che ho vissuto! Difficoltà di ogni tipo; emozionali, personali, conflittuali per quanto riguarda l’aspetto umano, innumerevoli difficoltà tecniche per quanto riguarda il lato fotografico.

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S. : Come hai progettato e strutturato il lavoro?

F. : Nessuna progettualità. Lo scopo era quello di raccontare la vita di Mirella, per cui è “bastato” seguirla nel suo quotidiano.  La struttura del lavoro è venuta in seguito grazie al’editing, ed una volta capito e trovato la giusta chiave di lettura, il lavoro è stato appunto raccontare l’Alzheimer (e non solo) tramite chi assiste piuttosto che raccontare la malattia stessa.

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S. : Quando e com’è nata l’idea di realizzare un libro?

F. : L’idea del libro è nata dopo la vincita del World Press Photo. Un’esigenza viscerale di restituire MiRelLa nel suo progetto totale, e non solo in forma “ridotta” dettata dal numero di foto per un concorso o per una pubblicazione. L’intento era quello di restituire il lavoro completo, poterne parlare a quante più persone possibili, e “fermare” il progetto nel tempo, così come solo un libro fotografico riesce a fare.

 

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S. : Altro interessante progetto realizzato in Kenya sulle condizioni attuali degli ospedali in Missione è “Suspended in midair”. Ti è stato commissionato?

F. : In un certo senso si. E’ un lavoro per una Onlus italiana, anche se questo progetto è una mia personale visione.

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S. : L’immagine sottostante, tra le tante che costituiscono il progetto, mi ha particolarmente emozionata. Sembra essere l’unico “punto luce” dell’intero reportage. La drammaticità che emerge nella maggior parte degli scatti, entra in contrasto con quest’immagine dove si evince la spensieratezza e la tranquillità dei due bambini, probabilmente anche malati.  Poi è impressionante, d’impatto, perché è un’immagine perfetta anche dal punto di vista tecnico e strutturale! Hai pensato anche tu che questa fotografia potesse dare il tocco di “colore” al tutto?

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F. : Ho pensato che questa foto potesse dare una forte emozione. Se le emozioni solo colorate, allora si! Questo frame può significare un’infinità di cose, e in base a chi la vede, posizionata in quel punto preciso del reportage, può assumere tanti significati e un gran numero di sfumature.

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S. : Progetti per il futuro?

F. : Mi verrebbe quasi di risponderti citando una frase di un magnifico film italiano di Sorrentino, in cui il protagonista si appunta sul suo taccuino proprio questa domanda rispondendosi “non sottovalutare le conseguenze dell’amore”. Citazioni a parte, sempre tanti progetti sempre troppo poco tempo! Sto portando avanti un progetto molto più giornalistico sulla costruzione di una diga in Africa, un altro progetto sulla cultura della cremazione in India e terminato da poco un progetto sulla vita di un ex muijiaidin in Kashmir, un lavoro sui sogni infranti ma sulla voglia ugualmente di andare avanti

S. : Sei alle prese con un lavoro molto particolare che vede protagonista una delle più acclamate drag queen romane…raccontami un po’…!

F. : Top secret…. È ancora del tutto in progress! I’m D.Q. è questo il titolo del progetto è un lavoro su Andrea in arte La Karl du Pigne. E’ un lavoro su una delle Drag Queen più storiche di Roma ma è in realtà la vita di Andrea dove sogni, speranze, accettazioni e sessualità si mischiano si confondono si amalgamano ma anche si combattono.