FABIO MOSCATELLI

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Biografia:

Nato a Roma, vive nella sua città natale. Inizia a fotografare a 25 anni, come assistente di studio e cerimonia, per poi avvicinarsi alla fotografia di reportage sociale ed etnologico. Studia presso la Scuola Romana di Fotografia. Nel 2013 è finalista del Leica Award e vincitore del Concorso National Geographic nella categoria Ritratti. Nel 2014 partecipa alla realizzazione della campagna fotografica “Chiedilo a Loro” per la CEI. Sempre nel 2014 è vincitore del Moscow International Foto Awards’14 nella categoria Book : Documentry. Nel 2015 pubblica il suo primo libro Gioele Quaderno del tempo libero,che viene presentato in anteprima al Photlux Festival. Il progetto The Right Place è tra i vincitori del concorso Oltre le Mura ed esposto al Macro di Roma. Nel 2016 è tra i vincitori della Slideluck Napoli con il progetto ‘Gioele Quaderno del tempo libero’. Ha pubblicato su Lens Culture, Phom Magazine, The Post Internazionale,Private International Review Of Photography e Gup Magazine. E’ contributor di Echo Agency.

-INTERVIEW-

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S. : All’età di 25 anni hai deciso di abbandonare la fotografia di studio e cerimonia per dedicarti al reportage sociale. Nel nostro Paese è molto difficile emergere attraverso questa disciplina, si tende spesso a valorizzare la bella e non la buona fotografia. Perche? 

F. : Credo sia una questione culturale, soprattutto oggi che è davvero molto semplice ‘improvvisarsi’ fotografi. Ma hai fatto una giustissima distinzione, c’è un’enorme differenza tra una bella foto ed una buona foto. Per chi ha desiderio di raccontare attraverso le proprie immagini, lo scopo principale dovrebbe essere quello di produrre buone foto in grado di esprimere attraverso il loro contenuto, mentre invece si tende a stupire attraverso una ricerca estetica esasperata e al limite del sensazionalismo. Anche se questo non vuol dire che l’estetica sia un difetto, sarebbe un messaggio sbagliato da far passare.

S. : Apprezzo molto la tua visione della fotografia in quanto lavori a progetti e racconti storie. Cos’è che ti affascina del reportage sociale?

F. : Non è una questione di cosa mi affascini, quanto piuttosto di cosa mi interessa provare a raccontare. Non amo molto catalogare un genere, quindi non parlerei nemmeno di reportage sociale, piuttosto di storie a margine. Spesso nel mio cammino fotografico ho incontrato ‘personaggi’ davvero molto profondi, ai confini di una società che li ha dimenticati, semmai li avesse mai riconosciuti; ecco in qualche modo preferisco indagare su di loro, su quelli che possono essere considerati ‘gli ultimi’.

S. : Interessantissimo il lavoro sull’autismo intitolato “Gioele”, progetto che nasce da uno scambio di visioni tra un fotografo che vuole provare ad avvicinarsi a un’interiorità difficile da comprendere e un ragazzino che vuole comunicare con un esterno difficile da raggiungere. Gioele ha compiuto un viaggio alla ricerca della sua normalità e tu hai documentato il tutto. Come hai strutturato il lavoro e cosa ti ha lasciato, a livello personale, la sua storia?

F. : Prima di incontrare Gioele mi sono informato su cosa fosse l’autismo. Sapevo che avrei dovuto conquistare la sua fiducia e che non sarebbe stato facile. Ho trascorso un mese insieme a lui senza mai portare dietro la macchina fotografica, ho iniziato a tirarla fuori dopo un po di tempo e a quel punto lui non ci faceva nemmeno più caso, anzi era incuriosito dall’oggetto in sé. Allora ho deciso di lasciarla nella sue mani. Molte delle foto del libro le ha scattate Gioele. Questo lavoro, che considero un work in progress, è tuttora il viaggio di due persone, un uomo ed un bambino, alla ricerca di una risposta ad una domanda per cui neanche la scienza è riuscita ancora a fornire una risposta, ovvero cosa sia l’autismo.

S. : “Fronte del porto” è un altro, tra i tanti lavori realizzati, che mi ha colpito particolarmente. Cosa fa scaturire in te il desiderio di raccontare una storia?

F. : La mia curiosità e soprattutto la mia ignoranza verso le tematiche che vado ad affrontare. La macchina fotografica è una chiave capace di aprire numerose porte. Tu hai fatto riferimento a ‘Fronte del Porto’ che mi ha dato l’opportunità di conoscere la cultura islamica da dentro e non attraverso le pagine dei giornali o le parole dei talk show. L’ho vissuta con i miei occhi, attraverso l’esperienza di parole, sapori, colori, attraverso il contatto umano. Così come con l’aiuto di Gioele, oggi so qualcosa in più sull’autismo; ma l’elenco potrebbe essere anche più lungo.

S. : Progetti per il futuro?

F. : Al momento sono molto occupato con la promozione del libro ‘Gioele Quaderno del tempo libero’, non credevo che un self published fosse così impegnativo. Contemporaneamente sto valutando la possibilità di realizzare un progetto d’archivio su un preciso momento storico, ma è prematuro parlarne, anche perché come dicevo Gioele è anche un work in progress; sarà interessante documentare il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di un bambino davvero speciale.