EDOARDO AGRESTI

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Biografia:

Nato a Firenze, eredita dal padre la passione al viaggio e alla fotografia al punto da farne una professione. L’essere viaggiatore fin dall’età di 9 anni (ha al suo attivo oltre 130 spedizioni in altrettanti paesi) gli ha permesso di maturare una sensibilità particolare affinando la mente e il cuore in modo da riuscire a cogliere la realtà nella sua bellezza, profondità ed interiorità. La sua fotografia è reportage, sia questo un viaggio, un matrimonio o un backstage di un evento. L’incontro con importanti fotografi internazionali, gli ha dato modo di confrontarsi e crescere nel modo di fotografare e nel relazionarsi con i soggetti. I consigli e gli insegnamenti di Steve McCurry sullo studio della luce sono stati veramente molto preziosi e hanno dato un’impronta indelebile nel suo modo di scattare. Da alcuni anni la sua fotografia sta subendo un nuovo cambiamento sotto l’influenza di nuovi fotografi quali Paolo Pellegrin, per il suo modo di raccontare storie, e Michael Ackerman per la sua percezione della realtà. Membro di importanti associazioni internazionali: Fearless, Wedding PhotoJournalistic Association, Artistic Guild WPJA, ISPWP, MPA tra le più importanti associazioni americane e inglesi che accolgono, dopo un attento screening, selezionati fotografi internazionali legati alla fotografia di matrimonio in stile reportagistico. Fondatore della Best of Wedding Photography. Relatore sulla fotografia di reportage e di matrimonio in numerose manifestazioni, seminari e workshop in Italia, nel 2013 e nel 2014 è stato invitato come relatore anche in Spagna e in Brasile in alcune tra le più importanti convention sulla fotografia di matrimonio nel mondo. I suoi servizi fotografi di matrimonio sono stati richiesti un po’ da tutto il mondo: Perth (Australia), San Pietroburgo (Russia), New Orleans, New York, Bozeman (USA), Puerto Vallarda (Messico), Londra, Brighton, Oxford (UK), Parigi (Francia), Lagos (Nigeria) e altri ancora. Nel 1997 apre lo Studio Crea e forma, nel corso degli anni, un team di fotografi che collaborano assiduamente con Edoardo Agresti muovendosi con la sua stessa professionalità, stile e competenza contribuendo così alla crescita dello Studio fino all’attuale livello internazionale. Nel 2001 è uscito il suo primo libro fotografico “Viaggiando l’Africa e nel 2007 è venuto alla luce il secondo libro: “AFRIASIA”, una raccolta di 80 immagini in grande formato raccolte nei due continenti nel corso di 7 anni di lavori. Edoardo Agresti è stato eletto nel 2008, nel 2009 e nel 2011 Fotografo dell’anno” dall’associazione nazionale fotografi di matrimonio. Sempre nel 2011 è stato eletto POY – Photographer Of the Year – dall’ associazione americana AgWPJA. Entrato nell’elenco dei più importanti 50 fotografi di matrimonio al mondo della prestigiosa associazione Junebug nel 2009, 2011 e 2014.

Riconoscimenti: 

  • Primo assoluto Black and White Spider
  • Vincitore del National Geographic Contest
  • Primo premio assoluto Master Cup Color americano
  • Primo premio assoluto nella categoria Fotogiornalismo degli International Color Awards americani
  • Silver medal IPA
  • Silver medal nel TPOY della Royal Geographic Society inglese

 

-INTERVIEW-

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S. : Fotografia di reportage e fotografia di matrimonio: Sei uno di quei fotografi che sostiene che le due discipline siano in stretto contatto tra loro. 

E. : Tutto dipende da come consideri il matrimonio. Qualche fotografo si approccia agli sposi come se fossero dei modelli, si relaziona con loro in modo ‘invasivo’ costruendo pose e situazioni, di fatto cerca di farne un servizio di moda. Altri invece, come nel mio caso, considerano il matrimonio un evento, dove gli sposi sono i protagonisti, ma intorno a loro c’è un mondo e un qualcosa da raccontare. Ci sono delle emozioni, delle relazioni, dei gesti, dei luoghi; c’è la storia di due persone che giunge ad un momento importante del loro stare insieme, un percorso che hanno magari programmato e organizzato da tempo. Un giorno che inevitabilmente restarà impresso come una tappa fondamentale del loro cammino comune. Ecco tutto questo deve essere raccontato, deve emergere dai tuoi scatti, deve permettere agli sposi di ripercorrere in emozioni ma non solo, quello che è accaduto in quel giorno. Alla fine quindi, il mio compito è di fare un reportage della giornata ed è per questo motivo che i due generi fotografici si sovrappongono.

S. : Come pensi si evolverà il mondo della fotografia nel nostro Paese?

E. : Sarei felice di darti una risposta certa, ma non ce l’ho. Credo che nessuno possa dartela. E’ fuori dubbio che negli ultimi 10 anni la fotografia è cambiata profondamente, non solo nello scatto ma anche nei rapporti con i media. Di fatto si cerca di trovare un modo nuovo e diverso di comunicare. Siamo certamente in una fase importante di transizione ma con il passare del tempo diventerà tutto ancora più fumoso ed incerto. Sicuramente ci sarà sempre più un’integrazione con il video, ma non solo.

S. : Per quanto concerne il tuo straordinario progetto “Spesso la realtà è nascosta da pietose bugie” vorrei che tu mi spiegassi com’è nata l’idea di realizzare questo lavoro considerando che ti trovavi in Nepal per documentare una delle più importanti festività induiste quindi per tutt’altro motivo e mi piacerebbe capire quello che, a livello personale, il progetto ti ha lasciato.

E. : Il progetto, come talvolta accade, è nato per caso. Come hai detto mi trovavo in Nepal per fotografare questa importante festa induista. Sono stato a Kathmandù diversi giorni e tutte le mattine quando andavo nella piazza principale passavo davanti a questo orfanotrofio. Tutte le mattine mi fermavo a salutare i ragazzi e passavo del tempo con loro. Più mi parlavano delle loro storie e più nasceva dentro di me il desiderio di raccontarle in immagini e così ho iniziato a scattare. Finita la festa mi sono trattenuto altri giorni nella capitale proprio per portare avanti questo progetto. Tutto questo accadeva prima del terremoto, vorrei poter tornare laggiù adesso per capire cosa sia rimasto di quel posto e di quei bambini.

S. : “E quando ti rendi conto che andrai a fotografare il matrimonio di un re…bè resti senza parole”. Hai realizzato il servizio matrimoniale per le nozze del principe Tlosa e sua moglie Ivie. E’ stato un lavoro molto impegnativo e si è rilevato anche una bella esperienza di vita. Narrami:

E. : Hai detto bene: un’esperienza di vita oltre che di fotografia. Il primo impatto che mi ha lasciato stupito è stato la quantità di guardie del corpo e misure di sicurezza che circondavano la coppia. Questo mi ha messo un po’ a disagio, però credo che alla fine per il paese dove eravamo, la Nigeria, e per i personaggi che erano coinvolti, fossero necessarie. Superato questo scoglio emotivo, beh mi sono trovato in un mondo molto diverso da quello in cui ero abituato. Oltre 2000 invitati vestiti in abiti tradizionali con riti e cerimonie molte diverse da quelle occidentali. Di fatto ho iniziato a raccontare l’evento già nei giorni precedenti, documentando tutte le fasi degli allestimenti: luci, tavoli, impianto sonoro, fiori. Il tutto coordinato da un team di 5 wedding planners. Anche le preghiere del giorno prima sono state molto coinvolgenti e diverse dalla nostra messa domenicale. Il giorno del matrimonio io e i miei colleghi abbiamo seguito la coppia dalla preparazione (la sposa si è cambiata ben tre volte) nella tarda mattinata fino alla fine della festa a notte fonda. Non si è trattato di un matrimonio ‘tranquillo’ anzi. Il filo conduttore dell’evento è stata la confusione e il divertimento. Balli, concerti, speeches, intrattenimenti musicali tutto sotto un immensa tendostruttura finemente allestita per l’occasione. Insomma qualcosa di veramente principesco.

S. : Sono oramai dieci anni che ti confronti con la fotografia all’infrarosso. Guardando le tue Immagini realizzate con questa tecnica, non so se si possa definire tale, mi immergo in un mondo onirico…è tutto molto soffice, delicato, fiabesco. Mi chiedo: fotografi all’infrarosso perchè semplicemente ami le tonalità delicate che ne escono fuori quindi per un semplice gusto estetico oppure perchè credi abbia una marcia in più rispetto al colore o al bianco e nero?

E. : E’ molto di più che scatto all’infrarosso. Ho iniziato ancora in pellicola e non ho più smesso. Non si tratta di una tecnica ma proprio di una Fotografia, non c’è una post produzione che crea l’infrarosso ma è la macchina stessa che scatta così. Nei matrimoni mi piace utilizzarlo perché crea questa sensazione quasi onirica che si sposa bene con l’evento che sto documentando. In fondo gli sposi il giorno del loro matrimonio spesso sentono di stare vivendo un sogno e questo modo di scattare li fa calare in un mondo diverso da quello che siamo normalmente abituati a vedere. Nel reportage invece sono circa 10 anni che sto portando avanti un progetto che spero si concretizzerà quest’anno in un libro, dal titolo ‘estemporanea’. In questo arco temporale ho raccolto fotografie legate ad attività, paesaggi, ambienti che per le loro peculiarità erano state scattate ‘oggi’ ma raccontavano situazioni di 40-50-100 anni fa. Ecco il perché “Estemporanea”, ossia senza tempo, proprio perché racconto di cose che non sono legate a un particolare moneto storico. Questa sospensione temporale si accentua proprio con l’uso dell’infrarosso che astrae ancora e rende ancora più indefinito il tempo dell’evento. Un viaggio nel tempo o meglio un viaggio senza tempo appunto.

S. : I consigli e gli insegnamenti di Steve McCurry sullo studio della luce sono stati per te molto importanti. Vorrei capire cosa ti ha spinto a passare da una fotografia alla “McCurry” molto bella esteticamente ad una fotografia più introspettiva, più intima, una fotografia che racconta e dalla quale traspare la tua persona. Questo passaggio è legato a cambiamenti avvenuti nella tua vita personale e che di conseguenza hanno mutato anche il tuo approccio alla fotografia?

E. : McCurry ha indubbiamente influenzato la mia fotografia soprattutto all’inizio quando ero alla ricerca di una pulizia estetica dello scatto. I ws che ho fatto con lui mi hanno aiutato a leggere meglio la luce e ad affinare la composizione. Poi me ne sono allontanato perché non vedevo più in quello che fotografavo, il sentimento. Mi sembravano scatti belli all’occhio, ma privi di anima come se fossero delle cartoline. Sentivo che mancavano di qualcosa che facesse pensare e anche emozionare. Sono passato quindi a studiare altri fotografi, a leggere altre immagini. Mi sono avvicinato al bianco e nero anche se mi sono accorto di non sentirmi sempre a mio agio come invece nel colore. Insomma ho fatto un percorso che mi ha portato a conoscere degli aspetti di me e della mia fotografia che non credevo di avere. Ho sperimentato il mosso, lo sfocato, il controcampo. Non mi sono più fermato alla ricerca dello scatto singolo, ma ho iniziato a lavorare su dei progetti e a raccontare storie. Questo rendersi conto di avere bisogno di qualcosa di nuovo è nato a fronte di importanti cambiamenti nella sfera dei sentimenti privati. Dolori e gioie sono stati fondamentali per farmi vedere e sentire cose nuove che altrimenti sarebbero rimaste sommerse e inesplorate.

S. : Sei felice?

E. : Di getto di rispondo: quando fotografo sì! Mi basta? Assolutamente no. Però ultimamente vedo molte nebbie diradarsi e inizio a capire quale strada prendere. Spero solo sia quella giusta.