ERNESTO BAZAN

ERNESTO-BAZAN

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Biografia:

Ernesto Bazan (Palermo, 1959) è un fotografo italiano. Studia a New York alla School of Visual Arts e dopo quattro anni entra a far parte dell’agenzia Magnum per un breve periodo della sua carriera. Dal 1992 al 2006 vive a nell’isola di Cuba. Il lavoro svolto in questi anni gli varrà l’assegnazione di alcuni premi fotografici. Nel 2002 sviluppa i suoi workshop di fotografia e nel 2008 la casa editrice BazanPhoto Publishing pubblica il libro intitolato Cuba. Bazan ha esposto in Europa, America Latina e Stati Uniti.

Riconoscimenti:

  • William Eugene Smith
  • Mother Jones Foundation for Photojournalism
  • World Press Photo
  • Due borse di studio, dalla Alicia Patterson Foundation e dalla Guggenheim Foundation

-INTERVIEW-

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S. : Quando e come ti sei avvicinato al mondo della fotografia e cosa ti ha spinto ad arrivare fino a Cuba? 

E. : Io sono nato a Palermo, in Sicilia. Tutto iniziò grazie ad un sogno che ho fatto quando avevo 17 anni.  Questo sogno è avvenuto qualche settimana prima che facessi l’esame di maturità al liceo Classico, che ho odiato con tutte le mie forze. Ho sognato 4 parole: devi fare il fotografo. Il giorno dopo ho comunicato ai miei genitori che avrei fatto il fotografo e da quel momento sono passati ben 32 anni e continuo a farlo. Mi piace dire che sia stata una rivelazione, un’energia divina che mi accompagna giornalmente. Più tempo passa più sento che questa essenza mi accompagna, mi protegge e mi apre nuovi cammini. Dopo questo sogno sono andato prima a New York a studiare fotografia alla School of Visual Art, dopo 4 anni ho avuto la fortuna di entrare immediatamente a far parte dell’Agenzia Magnum. Questa esperienza, però, fortunatamente per me è stata un’esperienza breve perché io sono un tipo di fotografo che non rientra all’interno degli schemi Magnum. E’ stato bello farlo così presto, perché così ho potuto demistificare un mito e andare avanti. A Cuba ci sono arrivato per la prima volta nel 1992, per caso. Mi sono innamorato dell’isola e dopo qualche viaggio sono riuscito anche a capire perché questo innamoramento a prima vista. Ho capito che da quando ho iniziato a fotografare, nel ’77 più o meno, continuo a cercare la mia infanzia siciliana.

S. : Da ciò che mi dici, fai trapelare che per te la fotografia ha un significato, un valore intimo e personale, che va al di là del termine stesso. 

E. : Si, ritrovare  le atmosfere, un uomo molto più a misura di se stesso, della vita. Tutte cose che stiamo perdendo rapidamente, quindi mi trovo a fotografare realtà nelle quali questo connubio tra uomo e natura o tra uomo e vita è ancora ben equilibrato.

S. : Quanto credi che Cuba abbia segnato la tua vita? 

E.: Cuba mi ha cambiato la vita completamente. Intanto perché ho incontrato mia moglie, Sissy, dalla quale ho avuto due gemelli, e dal punto di vista professionale ho vinto importanti premi internazionali proprio grazie alle foto scattate in questa realtà.

S. : Due Parole: “ERA DIGITALE”! Qual’è il tuo pensiero?

E. : No no no, non mi parlare di digitale. Sono un tradizionalista, un dinosauro. Fino a quando ci sarà la pellicola Tri-x della Kodak io continuerò a scattare in bianco e nero e in pellicola. Sicuramente il passaggio al digitale è stato straordinario per i fotografi che lavorano per riviste, quando lo facevo anch’io, restare nel dubbio di aver uno scatto buono o meno fino a quando non sviluppavo, portava sempre molta ansia… anche se non rinuncerei mai alla bellezza del provino, vero diario di lavoro. Dopo anni puoi trovare fotografie che magari inizialmente non avevi minimamente considerato. Con la pellicola inoltre riesci a staccarti dal momento, perché passa del tempo dal click allo sviluppo.

S. : Quindi finché c’è pellicola c’è speranza! Scatti unicamente in bianco e nero? 

E. : Ultimamente, rigorosamente in bianco e nero. Ma spero di riprendere a scattare fotografie a colori.

S. : Ti definisci “fotografo di strada” e non ami parlare di “fotogiornalismo”.

E. : Assolutamente. Lo rifiuto totalmente, mi definisco addirittura fotografo da marciapiede o fotografo poeta. Nel mio piccolo cerco di raccontare la poesia, lo dico perché a differenza di tanti fotografi, che riescono semplicemente a fotografare il dolore, la tragedia, cerco di catturare anche altre emozioni e di raccontare momenti felici. L’altro giorno all’Istituto Superiore della Fotografia, parlavo con uno studente siciliano, mi raccontava di aver assistito a come molti fotografi, all’Aquila, pur di ottenere uno scatto, erano disposti a violentare il dolore di una madre, la cui figlia morta stava per essere estratta dalle macerie. Lo trovo inaccettabile. Come fotografo, come professionista, hai il diritto di fotografare/testimoniare se sta accadendo qualcosa, ma se in quel momento vieni interrotto dai familiari devi solo mettere la macchina fotografica da parte ed accettare.

S. : Ti è mai capitata una situazione analoga?

E. : Ti racconto una storia. Tre anni fa mi trovavo in Perù per un workshop, in una valle straordinaria. Si avvicinò una studentessa alla quale domandai se avesse visto qualcosa di interessante. Lei mi rispose di si, ma che non aveva avuto il coraggio di fotografare. C’era un uomo morto dentro una casa. Ci avvicinammo e notammo fuori dell’abitazione un chirurgo e un poliziotto. Così chiesi al chirurgo la possibilità di fotografare mentre faceva l’autopsia. Il chirurgo chiese il permesso ai familiari che acconsentirono. Acconsentì anche il poliziotto. Io e la mia allieva riuscimmo, con difficoltà, a fare queste foto. Alla fine ritenemmo di avere una buona foto. Eravamo contenti come fotografi d’aver vissuto questa esperienza. Due giorni dopo, rientrando da un matrimonio in un paesino vicino, vedemmo un corteo funebre. Era il corteo della persona che avevamo fotografato qualche giorno prima. Decisi di fotografare e mentre lo facevo un uomo che stava accanto a me ne ha spostato un altro per farmi spazio. In quel momento ho capito che avevo avuto il permesso, ero stato accettato. Alla fine, gli altri abitanti del paese hanno cominciato a raccogliere dei soldi da dare alla vedova ed io, essendo non peruviano, cercai di dare di più degli altri. Lei mi abbracciò e mi disse “grazie papa” La storia non finì lì, ogni anno vado a casa della donna e lascio 40-50 dollari, il primo anno trovai di nuovo lei che mi disse sempre grazie papa”, a ottobre scorso non c’era nessuno e li ho lanciati dentro casa. Racconto questa storia non per vantarmi o perché credo di essere un eroe, ma perché spero che questo possa essere un granellino di sabbia nel deserto. Il mio piccolo contributo per dire che prima di essere bravi fotografi, prima di essere qualsiasi cosa, si deve essere esseri umani decenti. Io cerco di migliorarmi ogni giorno. Tutto qua.

S. : La tua vita è cambiata da quando hai scelto di insegnare fotografia?

E. : Si, radicalmente, grazie alla didattica e grazie ai miei studenti che hanno dato novo impulso al mio lavoro di fotografo. I miei libri sono forse il miglior esempio di questo nuovo modo di lavorare. Negli ultimi 10 anni, grazie ai miei seminari, ho avuto la fortuna incredibile di poter lasciare il lavoro per riviste e dedicare tutti i miei sforzi nell’aiutare i miei studenti nella loro crescita come fotografi, riuscendo anche ad avere del tempo per scattare fotografie solo per me stesso. Questa libertà non ha prezzo.

S. : Quale attrezzatura fotografica ti accompagna, da sempre, nei viaggi?

E. : Semplice, un corpo macchina e un obiettivo. Iniziai con un 28 per poi passare a un 35 e da circa un paio d’anni scatto con il 50. Nel tentativi di cogliere momenti universali del nostro vivere, amo spendere molto tempo negli stessi luoghi o ritornare in maniera circolare come un mulo testardo.

S. : Del tuo fantastico progetto “Al campo” cosa mi racconti?

E. : Ho vissuto a Cuba per 14 anni…5 dei quali ho dedicato a questo progetto fotografando la vita nelle campagna cubane…un’esperienza fantastica principalmente perché ho trovato, nella campagna cubana, la campagna siciliana, la mia infanzia. Quest’esperienza mi ha permesso di ritrovare un’atmosfera che credevo fosse andata perduta per sempre.

S. : Progetto realizzato in pellicola?

E. : Assolutamente si, con rullini a colori per mettere in risalto i toni e le sfumature di questa vita di campagna… è stata quasi una sfida in quanto sono un fotografo conosciuto esclusivamente per il bianco e nero… ho lavorato per ben 35 anni sempre in bianco e nero. Una curatrice mi propose di creare un libro a patto che le fotografie di “Al campo” venissero realizzate con rulli a colore, così accettai la sfida e nacque questo progetto.

(Nel 2006, Ernesto Bazan ha lasciato il luogo che era diventato da 14 anni la sua casa. Questa volta non per scelta. Ernesto sarebbe stato, infatti, costretto a rinunciare ai suoi Workshop in seguito a delle lettere anonime pervenute alla polizia cubana. Nonostante questo, non ha mai smesso di amare quell’isola, come del resto non ha mai smesso di amare la sua Sicilia. La stessa che continua a cercare, con infinita poesia, ogni volta che per strada incontra “gente con l’anima ancora attaccata al corpo”. Quella Sicilia che risuona nelle “r” doppie e musicali ogni volta che mi chiama per nome.)